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NOTIZIE DELLA CITTA' DI C.
    di Marcello Luberti

Walter Saraullo, 89, ospedale clinicizzato, lo piangono anche le nipoti Caterina e Jasmine. Funerali presso la Chiesa della Madonna della Vittoria, sulla strada della Curva del vento.

 

Il Condominio La Dimora si stringe alla famiglia del compianto Settimio Angelozzi di cui ricorda l’umanità e lo spirito di collaborazione.

 

Gianni, non dimenticheremo mai le tue risate. I compagni della V D Geometri dell’anno 1969-70 piangono l’amico Giovanni e si associano al dolore della famiglia Cerritelli.

 

Ogni volta che torno a C. è d’obbligo la sosta davanti agli annunci funebri. È il mio primo pensiero quando affronto gli ultimi tornanti che portano sulla collina. Parcheggio l’auto alla meno peggio e scendo. Non sono il solo. Scorrere gli annunci è l’occupazione prediletta nella città di C., una città cui è rimasta solo la Storia, se i suoi abitanti la ricordano, e dove la morte conta ormai più della vita.

 

C. è un concentrato di vecchie credenze. Nelle grandi, ma anche medie città, non esistono più i manifesti mortuari. Su alcuni quotidiani resistono i necrologi. Nei piccoli paesi, invece, il numero dei morti è trascurabile, non ce ne sono abbastanza per comporre un affresco. C. si trova nel mezzo, cinquantamila abitanti, solo trentamila nella città alta, e una cultura fatalista e provinciale da fare invidia. Insomma, un unicum.

 

La lettura dei dazebao dei necrologi non è un’attività solitaria, né una cosa di cui vergognarsi, nella città di C.. Capita talvolta di trovare persone impegnate nella lettura degli annunci, ci scappa una chiacchiera, un ricordo, una ricostruzione delle parentele. Inevitabile ogni tanto l’Oddìchisamort! del sopraggiunto ignaro di un trapasso.

 

Osvaldo Treppiedi, 73, è venuto a mancare nella sua casa di Milano, ne danno l’annuncio la moglie Luciana, i figli Ambrogio, Fausto e Lorenza, i fratelli Alberto, Adele e Margherita.

 

Osvà, che bomba!

 

Osvaldo Treppiedi e Gianfranco Passarelli erano due soggetti del mio quartiere che venivano ogni tanto sul minuscolo campetto dove giocavamo tutti i pomeriggi a pallone. Era intorno al ’68. Noi ragazzi frequentavamo le scuole medie, eravamo solo in cinque. Loro due avevano più di vent’anni, uomini fatti.

 

Comparivano d’un tratto, salutavano e si vestivano di tutto punto, da calciatori veri, mettevano le scarpe da calcio, i calzettoni, i parastinchi. Guardavamo estasiati quel rito. Osvaldo vestiva una divisa ufficiale della Sampdoria, chissà perché, non le solite maglie di Juve, Inter, Milan, no, la Sampdoria, una divisa decisamente stravagante, con tutti quei colori vivaci, fondo azzurro con un disegno complicato nel mezzo, bianco, nero, rosso. Si diceva che avesse giocato nelle giovanili della Samp. Non per questo si dava delle arie. Per noi era un alieno. Gianfranco aveva invece una maglia color rosso vivo con uno stemma azzurro sul petto, forse la divisa di una squadra degli albori del calcio in Italia, chissà. Portavano con loro un vecchio pallone di cuoio deforme, un macigno da calciare per noi ragazzi.

 

Per mezz’ora i due giocavano seriamente, spadroneggiando. Noi eravamo impegnati a fare del nostro meglio. Poi all’improvviso cominciavano a tirare pallonate a casaccio, solo per provare la potenza del tiro. «Osvà, dai, prova la bomba!». Povero il portierino che gli capitava davanti. Noi pure sbracavamo appresso a loro, credendo ormai di essere diventati grandi. Ci impressionava vedere la barba, i baffi di Osvaldo, i peli sulle gambe, il fisico muscoloso.

 

Treppiedi era poi scomparso dal quartiere, credo che avesse trovato lavoro a Milano. Gianfranco Passarelli era invece un problematico, parlava poco. Mentre giocava, imprecava, bestemmiava ogni tanto. Più in là negli anni ha avuto problemi mentali, gira solitario per le strade di C., il volto paonazzo, parla da solo, non mi riconosce quando cerco di salutarlo.

 

A tre anni dalla dipartita del giovane Costantino D’Alessandro, i genitori, la sorella Elena, i compagni di scuola lo rimpiangono. “Sei un angelo nel cielo, Costa, ci manchi!”. Fu il caso di un ragazzo di diciotto anni morto per una leucemia fulminante, la sua famiglia aveva una lontana parentela con mio nonno Vincenzo.

 

Clementina Del Rosario, vedova Firmani, 92, presso la Residenza degli Ulivi, ne danno il triste annuncio i figli Domenico e Anna Maria, i nipoti Sebastiano, Alessandro e Claudia, il bisnipote Benedetto. Si dispensa dalle visite.

 

I dazebao dei necrologi, ne saranno una ventina in tutta la collina di C., sono baluardi contro l’appiattimento della collettività, già abbastanza provata dall’impoverimento delle funzioni tradizionali negli ultimi venti anni. Sono la rassicurazione che la città non si arrende alla modernità, nel bene e nel male. Internet e la rivoluzione digitale l’hanno appena sfiorata, C. è stata sempre refrattaria al cambiamento. Chi può fugge.

 

Per gli abitanti di C. i manifesti funebri contengono informazioni preziose. Certo, la retorica abbonda, come nelle lapidi al cimitero. Permettono però di ricostruire storie altrimenti affidate al sentito dire, alle leggende. Attraverso i manifesti si apprendono i collegamenti tra le persone, le famiglie. Si conoscono storie.

 

È più forte di me. Vivo a Roma da quarant’anni, e la mia passione non è venuta meno, non c’è stato giorno trascorso a C. che io non abbia controllato i muri delle affissioni. Per gli emigrati sono il cordone ombelicale con la città d’origine.

 

Vedo un pezzo da novanta, il Maestro delle ripetizioni di matematica.

 

Prof. Vincenzo D’Arcangelo, 91, serenamente si è spento presso la Residenza Anni Sereni di S.G.T., l’annunciano la moglie Elena, i figli Carlo e Maria Letizia. I funerali si terranno presso la Chiesa di San Francesco di Paola.

 

Persona notissima in città, il professore era un maestro elementare col pallino della matematica. Arrotondava lo stipendio dando ripetizioni a studenti di ogni tipo di scuola. Era bravissimo, sapeva trattare i giovani. A me aveva permesso di galleggiare alle superiori per qualche anno.

 

Che pomeriggi trascorsi a casa del professore! Potevi trovare anche venti ragazzi contemporaneamente, sparsi in più stanze. Ogni angolo dell’appartamento veniva sfruttato per ospitare qualche studente, anche la cucina. «Per favore ragazzi, calma che siamo in tanti! Voi tre andate a scrivere nel corridoio, appoggiate i quaderni al muro …»

 

Si andava dall’aritmetica elementare a studi di funzione e integrali. Ragazzi di prima media insieme ad asini vecchi, un calderone di persone incredibile. La specializzazione del Prof era quella di aiutare i giovani a non sfigurare nei compiti in classe. D’Arcangelo aveva un potere magico su di loro. Otteneva risultati anche con i peggiori stortoni. Ovviamente il pifferaio non poteva essere presente in tutte le stanze. Assegnava gli esercizi ad ognuno e dedicava qualche minuto a un ragazzo alla volta, controllava le soluzioni dei problemi e approfittava per rammentare le formule e la dimostrazione dei teoremi.

 

Quello che succedeva nelle stanze dove il maestro non era presente! Anche i timidi e gli introversi si facevano furbi, tutti i giorni a contatto con i più scafati. Era una scuola di vita, un ottovolante, un campionario di lucignoli, che si esaltavano se per caso capitavano presenze femminili. Allora la casa del professore diventava la sede secondaria della vasca lungo il Corso. Era una strana emozione incontrare a scuola o per strada gli altri ragazzi. Scappava sempre un sorriso di complicità tra noi che facevamo parte del circo D’Arcangelo.

 

Il maestro, piccoletto, scuro di pelle, con spessi occhiali neri, due bretellone blu sulla camicia bianca, sempre con il mozzicone tra le labbra, si faceva pagare due lire, da alcuni non pretendeva nulla, a volte si contentava di un regalo a Pasqua e Natale. A volte doveva arrendersi con gli incurabili, quelli che avevano bisogno di ripetizioni di veri insegnanti di matematica.

 

Indimenticabile il modo di pronunciare all’antica che aveva il professore. Era di origini lucane, la variabile Y diventava iuuupsilon e la X diventava hhiiiics, diceva con una strana aspirazione strusciata. Il nome della moglie diventava “Ieeelena!”. Era lei la santa che doveva sopportare ogni pomeriggio quel trambusto. Maria Letizia, di tre-quattro anni, si divertiva a gironzolare per terra tra i vari tavoli dove soprattutto i somari facevano fatica a rimaner fermi. La bimba, vivacissima, si divertiva a fare gli scherzi. I più svogliati ci andavano a nozze. Davanti al padre che chiedeva un maggiore impegno, prendevano come scusa la bimba che li distraeva.

 

«Maria Letizia vai dalla mamma» ripeteva con dolcezza quattro o cinque volte, poi urlava «per la m…….. ! Maria Letizia vai dalla mamma !!!»

 

Edoardo Cantamaglia, 89, si è spento nella sua abitazione, assistito dalla fedele Alina, i nipoti Giovanni, Serena, Lucia, Enzo, Nicola, Ernani e Veronica ricordano lo zio per l’affetto e la bontà d’animo.

 

L’Amministrazione Comunale commossa ricorda l’Avv. Cantamaglia per l’elevato contributo morale alla vita cittadina. Cantamaglia fu assessore, anche con la delega di vicesindaco, di una delle poche giunte oneste e capaci di C., nei primi anni duemila. Prima e dopo, personaggi da dimenticare, nella tradizione conservatrice e meschina di C..

 

Vedo che se ne è andato pure Cocò.

 

Nicola Zuccarini, 76, nell’Hospice di T.T., dopo lunga malattia, infermiere dell’ospedale civile in pensione. Lo piangono la moglie Maria, le figlie Marilena, Monica e Lucia, i nipoti Christian, Giustino, Jessica, Paola, Emerico e Giulia. Le esequie si terranno presso la Chiesa della Beata Vergine del Carmine, frazione di campagna sulla strada per R.T..

 

Cocò era un personaggio della tifoseria neroverde, uomo semplice, dignitoso. Fine anni Settanta, sotto il sole cocente di settembre, arrivati con largo anticipo allo stadio di Benevento, tirò fuori un filone di pane con la frittata e una bottiglia di Montepulciano. Non completava una frase in italiano. Raccontava storie e storie, passate trasferte con le figure surreali dei tifosi, partite indimenticabili al vecchio stadio sulla cima della collina, lu Camp, come si diceva a C.. Fatalista sulle ricorrenti retrocessioni del C., sulle promozioni mancate per un soffio, sui derby con la squadra di P., di cui ricordava solo le vittorie, però. Con poche parole metteva in scena la vita di sofferenze dei tifosi del C..

 

Era uno tranquillo, per nulla violento, aveva però un ascendente sugli scalmanati. A Benevento lo vidi raccattare un paio di matti che si lanciavano in un’azione scriteriata contro i tifosi della squadra avversaria. Mise una buona parola, riuscì a trattenerli. Sempre affiancato dalla moglie, la Cochess, una mora tutta forme, mite come il marito, una ciapalona, si dice a C.. Lo vedevo ogni tanto per il Corso. Invecchiava, io con lui, lo salutavo e pensavo sempre a Benevento.

 

Il reporting sui necrologi era anche un tema di conversazione frequente con mia madre. I manifesti erano tra le cose che più le erano mancate nella seconda vita vissuta a Firenze. Negli ultimi anni della sua permanenza a C., telefonava appositamente a Roma per comunicarmi la morte di un parente o di una persona conosciuta. Le telefonate funebri erano dello stesso rango di quelle in occasione delle nevicate, fatto non raro sulla collina di C., «Marcè … sta attaccando, fa sul serio! Qui ci ricopre…»

 

Arrivavo a casa, dopo il passaggio al dazebao principale di Sant’Anna, al cimitero, la baciavo, qualche convenevole con lei bloccata sulla carrozzella, e poi «Indovina chi si è morto?»

 

«Non lo so, chi?» era la sua risposta con la curiosità dipinta sul volto, ovvero «Si, l’ho saputo da …» e seguivano le reminiscenze e le frequentazioni della persona o i dettagli della malattia del defunto.

 

Dopo una lunga agonia è tornato alla casa del padre Adelmo Cianfarani, 93, lo ricordano i figli Assunta, Filiberto e Antonio. “Nonno Adelmo, sarai sempre nei nostri cuori”, i nipoti Christian, Diego, Alessia, Kevin e Ilaria.

 

La U.O. di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Clinicizzato si associa al dolore del dottor Claudio Mincone per la scomparsa dell’adorata madre Carmelina.

 

I lettori assidui degli annunci non sono presi dalla triste consolazione del “è capitato a qualcun altro”. No, conosco i miei concittadini. Prevale l’ansia dell’aggiornamento sulla vita degli altri, l’alimentazione della chiacchiera, lo stupore per l’imponderabilità dei casi della vita, per la crudeltà e casualità delle cose terrene, forse quel senso di rassegnazione che ha sempre caratterizzato il nostro popolo.

 

Leggere gli annunci mi fa bene, lo ammetto. Ammaliato da quella teoria di cognomi che si ripetono, le varianti, i nomi tradizionali della zona, la rappresentazione delle diverse estrazioni sociali, credo all’illusione che la nostra storia, precedente alla fondazione di Roma, dicono, non finisca qui, che ci saranno sempre dei D’Urbano, dei Panara, degli Iezzi che portano il testimone, che tengono accesa la fiammella.

 

Dimenticavo un manifesto che resiste da più di un mese, giustamente.

 

Maestro Giovanni Masciarelli, 97, in arte Slow Hand, dopo lunga malattia, con i conforti religiosi. Lascia la moglie Maria Luisa, i figli Saverio, Tommaso e Agata, i nipoti Giustino, Giuseppina, Cristina, Elena e Maria Grazia. Le esequie si terranno in Cattedrale officiate da Mons. De Novellis, Vescovo di C.

 

L’Arciconfraternita del Sacro Monte dei morti, nella persona del Governatore dott. Mario Innocenzi, saluta commossa il confratello Giovanni Masciarelli e ne ricorda il talento musicale e la grande passione umana al servizio della città e dei riti della Passione curati dal Sodalizio.

 

Slow Hand lo conobbi che ero bambino, dava lezioni di chitarra a mio fratello. Era un fior di maestro di musica che si era dedicato alla riscoperta e valorizzazione della musica propria di C.. Era un virtuoso della chitarra, negli anni ’70 gli fu affibbiato il soprannome di Eric Clapton, Slow Hand. Giovanni si occupava di musica sacra, musica alta, ma veniva associato alla musica pop, quando si dice il destino.

 

Masciarelli diede l’anima per registrare ufficialmente il Miserere, che da quasi tre secoli accompagna la Processione del Venerdì Santo a C.. Un canto funebre con il testo del Salmo 50 di David, orchestrato nel Settecento da Saverio Selecchy, il musicista di cappella della Cattedrale. Non esagero nel dire che oggi il Miserere è l’unica ragion d’essere degli abitanti di C.

 

Il Miserere di Giovanni/Slow Hand/Selecchy è una musica struggente per trecento coristi e violini, tutti reclutati in città, che viene eseguita sfilando dietro i simboli della Passione per le strade di C.. La singolare orchestra camminante è stata diretta da lui per trent’anni.

 

La Processione è come C., resiste alle trasformazioni, alla violenza del tempo che scorre. Consente di negare la realtà presente, il declino della città, che ha poco di congiunturale. Per una sera all’anno la città pensa di essere eterna. Mio padre ripeteva ogni anno sempre la stessa frase: «… certo … quest’anno è stata proprio bella … e poi il Miserere è sempre il Miserere …». Io annuivo come per un luogo comune, ma col passare degli anni quelle parole sono diventate le mie.

 

Mancano pochi giorni alla Pasqua, che per i cittadini di C. vuol dire unicamente Venerdì Santo. Per loro conta soprattutto il Miserere, chiedere perdono per i peccati, la paura della morte. Un altro anno è passato. Risuona l’eco delle note e delle voci che ogni abitante di C. porta con sé dalla nascita, di quella musica che sembra stia sempre per finire e invece non finisce mai.

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